La Repubblica di Venezia non è morta il 12 maggio 1797
C’è una menzogna storica, dura a morire quanto il pregiudizio, che vuole la Repubblica di Venezia spirata il 12 maggio del 1797 sotto i colpi di un manipolo di giacobini e le baionette di Napoleone. Questa è la storia dei vincitori, dei predoni e di chi ha voluto cancellare la continuità giuridica di una Nazione per legittimarne l’occupazione. Ma il diritto, quello vero, non segue le mode dei conquistatori. Il diritto internazionale parla chiaro: il 12 maggio 1797 non segna la fine dello Stato veneziano, ma il suo cambiamento di forma di governo.
Il “suicidio forzato” e il cambio di regime
Quello che accadde nel Maggior Consiglio quel fatidico 12 maggio fu un atto di suicidio forzato di una classe dirigente, l’aristocrazia, che per tentare di evitare il massacro della popolazione tentò il cambiò della forma di governo dello Stato. Il decreto non diceva “la Repubblica cessa di esistere”, bensì stabiliva il passaggio dalla forma aristocratica a quella municipale e provvisoria, ricalcata sul modello rivoluzionario francese.
Lo Stato-giurisdizione, l’entità sovrana, rimase intatta. Ciò che mutò fu l’amministrazione, che divenne la Municipalità Provvisoria agli ordini di Bonaparte. Un tentativo che purtroppo non servì a molto, perché ne seguì una incredibile spoliazione sistematica, una rapina di beni e simboli, la fucilazione sul posto di chiunque gridasse “San Marco”. Tuttavia la giurisdizione non si estingue con il furto di un tesoro. La sovranità di un popolo non è contenuta nei Bucintoro bruciati o nei cavalli di bronzo trafugati.
La prova della sopravvivenza: territori e sovranità
Se la Repubblica fosse morta nel 1797, come spiegare i passaggi successivi? Napoleone stesso trattò Venezia come un’entità politica viva. Cedette territori e ne abbandonò altri, come le Sette Isole Ionie. È da quel nucleo di giurisdizione veneziana abbandonata che nacque la Repubblica delle Sette Isole Unite, fondamento della moderna Grecia. Se la fonte del diritto (Venezia) fosse stata nulla, nulla sarebbe potuto nascere.
Allo stesso modo, gli Asburgo dovettero fare i conti con un corpo amministrativo che non si lasciava digerire. Quando presero possesso delle terre veneziane, cercarono di imporre il proprio sistema, ma fallirono. La resistenza dello “Stato-amministrazione” veneziano fu tale da costringere l’Imperatore d’Austria a fare marcia indietro.
Il Decreto Wallis del 1805: il ritorno alla legge veneta
Uno dei passaggi più oscurati dalla storiografia ufficiale è il Decreto Wallis del 1805. Il conte Wallis, governatore per conto degli Asburgo, fu costretto a ripristinare gran parte delle istituzioni e delle consuetudini repubblicane. Non fu un atto di generosità, ma di necessità: le istituzioni veneziane erano le uniche capaci di far funzionare il territorio. Questo decreto rappresenta il riconoscimento formale della continuità istituzionale. Gli Asburgo non stavano creando un mondo nuovo; stavano amministrando, con il titolo di rappresentanti, una struttura che pre-esisteva e che non riuscivano a sostituire.
Dal Congresso di Vienna al Lombardo-Veneto
Arriviamo al 1815. Al Congresso di Vienna, gli Asburgo si presentano per rappresentare la Repubblica di Venezia (che legalmente non era mai stata annullata). Per consolidare il potere, unirono i territori veneti ai ducati di Milano e Mantova (anche quelli erano loro sottoposti), creando il Regno Lombardo-Veneto.
Attenzione: il Lombardo-Veneto non era una provincia dell’Austria, ma uno Stato distinto con il proprio sovrano (l’Imperatore, ma in veste di Re del Lombardo-Veneto). Era la continuità giuridica della Repubblica che cambiava ancora una volta pelle, acquisendo nuovi territori (la Lombardia) ma perdendone altri (Istria e Dalmazia, staccate per calcolo geopolitico). Il “Veneto” nel nome non era un omaggio geografico, ma l’indicazione della fonte di legittimità statuale.
Il plebiscito truffa e il risveglio legale
La vera interruzione giuridica violenta non fu il 1797, ma il 1866. Il plebiscito di annessione al Regno d’Italia fu una farsa documentata: truppe occupanti presenti, voto palese e risultati matematicamente impossibili (99,9%). Nel diritto internazionale, un atto viziato da violenza e frode è nullo e insanabile.
Il colpo di grazia alla legittimità italiana è arrivato paradossalmente (ma non troppo) dallo stesso Stato occupante. Con il decreto legislativo 212/2010 (il cosiddetto “Taglia-leggi”), l’Italia ha abrogato il regio decreto di annessione del 1866. In un momento di pulizia burocratica, hanno cancellato la base legale della loro presenza nelle nostre terre. Tuttavia questo è il mascheramento del fatto che in Consiglio d’Europa (CEDU) era pendente un ricorso per farsi riconoscere il giudice naturale, cioè veneto, e non potevano fare diversamente. Purtroppo la CEDU è poi divenuta un cadavere costretto a tacere sull’Ucraina. Il ricorso purtroppo andò perduto a per colpa grave o corruzione di chi ne aveva la responsabilità.
Il ritorno della sovranità
Oggi viviamo in un interregno. La giurisdizione della Repubblica di Venezia è rinata nel 2006 quando abbiamo scoperto questi fatti e dopo aver dato l’avvio, a norma di legge internazionale, alle istituzione di Autogoverno del Popolo Veneto. Non è velleità nostalgica, è una constatazione e un esercizio del diritto statuale mai spento. La storia ci insegna che lo Stato-amministrazione può cambiare padrone, ma lo Stato-giurisdizione appartiene al popolo che lo ha generato.
Presto, il caos globale in cui versa il mondo attuale costringerà a un ritorno forzato ai principi del diritto internazionale. Non è un auspicio, è una necessità matematica: se saltano le basi legali della sovranità, l’unica alternativa è la guerra totale e perenne. Venezia, con i suoi 1100 anni di diritto e pace, è l’unico indirizzo valido a cui tornare e la nostra legittimità verrà allora riconosciuta.
La Repubblica di Venezia non è mai morta; è un’eredità legale che attende solo che i suoi cittadini ne riprendano possesso e le diano vigore. È tempo di smettere di parlare di “storia” e iniziare a parlare di diritto attuale.
I Veneti, gli Insubri e i Mantovani possono tornare alla loro sovranità ed indipendenza, ma solamente per questa via. E per verificarlo basta che chiediate ai vari personaggi da farsa di rispondere a queste questioni.
Loris Palmerini

